Il crollo del petrolio: cause, andamento e prospettive

Il Petrolio (dal latino petroleum, letteralmente “olio di pietra”) è la materia prima più importante e scambiata sui mercati mondiali (ai giorni nostri tramite contratti derivati futures) l’andamento del prezzo della quale (stabilito dalle regole base dell’economia di incrocio tra domanda ed offerta) ha sempre influenzato enormemente anche le più potenti economie del globo. I volumi trattati hanno subito una crescita rilevante a partire dall’inizio del 1900. Questo a causa non solo della più immediata e sempre crescente fonte di domanda che ci può venire in mente (il consumo automobilistico), ma anche per ulteriori fattori ai quali quindi il petrolio risulta legato. Ad esempio i consumi di altri mezzi di trasporto quali aerei e navi (che superano anche considerevolmente i consumi automobilistici); senza poi sottovalutare quelli che possono essere i consumi industriali di vario tipo (per alimentare macchinari ed impianti o per la produzione di ulteriori sostanze chimiche derivate), e via discorrendo.
Il boom nel consumo si è comunque avuto durante gli anni ’70, quando il petrolio ha iniziato ad essere elemento centrale e trainante dello sviluppo tecnologico globale. È da questo momento che ha iniziato ad acquisire crescente importanza, con sempre più operatori (multinazionali private e nazioni) alla ricerca delle fonti migliori di approvvigionamento (cosa che spesso ha anche portato a situazioni di instabilità politica od addirittura a guerre).
Inizialmente, poi, questo forte incremento nella fornitura è stato affiancato da un aumento di pari passo della domanda, combinazione che ha portato i prezzi del petrolio a toccare record anche a 140$ a barile (si tenga sempre ben a mente la differenza tra il Brent, variante scambiata nel mercato londinese, ed il WTI, variante scambiata nell’americano NYMEX, i cui prezzi, seppur sempre molto vicini, variano).
A partire però dalla metà del 2014, un rallentamento dell’economia globale guidato principalmente da un calo nella crescita della Cina (che passa da un incremento percentuale annuale del PIL a due cifre ad un aumento del “solo” 6-7% annuo) ed un incremento nel prezzo del dollaro (il petrolio è quotato in dollari quindi se la valuta si rafforza tutte le materie prime quotate in quella moneta risultano più costose per gli acquirenti esteri) hanno causato una riduzione della domanda. A peggiorare il quadro, una competizione sempre più serrata a suon di investimenti per l’esplorazione, lo sviluppo, la trivellazione e l’ottimizzazione della filiera produttiva tra i maggiori produttori (Arabia Sauditi ed i paesi dell’Opec) ha prodotto un incremento dell’offerta.
A questo si aggiunge anche la situazione dell’Iran, nazione che ha recentemente ripreso la produzione di petrolio nonostante il difficile quadro macro grazie alla fine delle sanzioni internazionali e che vuole far salire la sua produzione da 2,9 milioni di barili al giorno a ben 4,7 milioni entro la fine del 2021 (nonostante probabilmente i tempi saranno anche più brevi).
Dulcis in fundo, le aspettative degli operatori di mercato, che avevano visto il prezzo del petrolio oscillare per anni tra i 70 ed i 140$ per barile, erano focalizzate su un prezzo che non sarebbe mai (a loro dire) potuto scendere sotto i 100$. Una volta iniziato il calo quindi, un’ondata di panico ha colpito gli investitori ed un conseguente crollo psicologico ha favorito il declino del prezzo del greggio.
Poiché a riguardo ci sarebbe molto più da dire, rimandiamo a jobtrading.it, magazine online di informazione specializzata di ambito economico e finanziario che ormai da tempo segue con dedizione ogni più piccola evoluzione della vicenda pubblicando, non appena se ne presenti l’occasione, diversi articoli di aggiornamento.